Finanza comportamentale: cos’è e perché è utile al trader

- Scritto da: Marco - Finanza - Capire la finanza

Alla base delle decisioni di un buon trader vi è la capacità di saper leggere gli effetti delle proprie decisioni, per questo è necessario che esso sia a conoscenza della teoria della finanza comportamentale

La finanza comportamentale è il campo di studio che più di altri è in grado di fare del trader un professionista capace di capire, o quanto meno riuscire ad intuire, gli effetti delle proprie decisioni nel campo dell’economia, e come queste si rifletteranno sui prezzi del mercato e sull’allocazione delle risorse. Affinché questo possa avvenire è importante che il trader sia a conoscenza dei modelli di finanza comportamentale, anche nota come behavioral finance .

Ma cos’è la finanza comportamentale e perché è utile al trader. Di seguito una guida che vi aiuterà a far luce su questa particolare branca della psicologia cognitiva applicata alle decisioni economiche.

Che cos’è la finanza comportamentale?

La finanza comportamentale è una branca dell’economia che applica la ricerca scientifica nel campo della psicologia cognitiva volta a comprendere particolari decisioni prese dagli investitori che produrranno effetti sul mercato. Ogni trader, infatti, si muove e agisce all’interno del mercato azionario in base a determinati processi psicologici, che lo portano a prendere decisioni diverse a seconda dei contesti e delle intuizioni del momento. I modi in cui il trader prende le proprie decisioni sono quindi alla base degli studi della finanza comportamentale.

Finanza comportamentale: perché è utile al trader?

La finanza comportamentale risulta particolarmente utile al trader in quanto permette a quest’ultimo di prendere decisioni ponderate in virtù del contesto e delle condizioni che offre il mercato azionario. La finanza comportamentale, inoltre, mette il trader nelle condizioni di poter evitare errori di tipo cognitivo, riassumibili in 9 categorie:

  • Eccessiva sicurezza nei propri mezzi, conoscenze e capacità;
  • Eccessivo ottimismo;
  • Errore di conferma, dare maggior peso ai propri punti di vista tralasciando ciò che può contraddirli;
  • Errore di attribuzione, assegnarsi i meriti e scaricare le colpe sugli altri;
  • Giudizio retrospettivo, convinzione che l’evento fosse prevedibile nel momento in cui è stata presa la decisione, mentre in realtà lo si poteva sapere solo dopo;
  • Home bias, preferire muoversi e agire in zone e settori più vicini al paese da cui si svolge il lavoro;
  • Illusione del controllo, avere la presunzione di riuscire a tenere sotto controllo eventi per loro natura incontrollabili;
  • Rimpianto, rammaricarsi e deprimersi di aver fatto una scelta sbagliata;
  • Status quo bias, non essere in grado di effettuare un cambiamento e muoversi dalla propria posizione iniziale.

Finanza comportamentale: metodologie e temi

In una primissima fase dell’approccio alla finanza comportamentale lo studio delle scelte psicologiche fatte dai trader erano studiate mediante gli strumenti dei test e dei sondaggi, con i quali si cercava di risalire al modo di pensare dell’investitore. Con il passare degli anni si è passati a metodi più scientifici, tra cui la risonanza magnetica funzionale (tecnica che permette, attraverso una risonanza, di individuare le aree del cervello che reagiscono a certi stimoli dall’esterno).

In seguito, grazie al lavoro dell’economista canadese Hersh Shefrin, sono stati individuati tre grandi macro-temi della branca della finanza comportamentale. Questi tre temi sono:

  • Euristica: le persone tendono a prendere decisioni basate su regole empiriche approssimative, non affidandosi ad analisi delle situazioni razionali.
  • Inquadramento: il modo in cui un problema viene presentato alla persona influenza le sue decisioni e scelte;
  • Inefficienza di mercato: spesso vi sono esiti di mercato non comprensibili attraverso approcci razionali e il ricorso a teorie economiche. Tra queste vi rientrano, la valutazione errata del prezzo, i processi decisionali non razionali e le anomalie sul ritorno.

Altre due teorie che fanno parte del filone di studi della finanza comportamentale sono i cosiddetti effetto gregge (diverse persone, senza che vi sia un particolare tipo di contatto, agiscono in uno stesso modo) e angoscia della perdita (paura per un dato fatto porta le persone ad agire allo stesso modo).

Le origini della finanza comportamentale

L’origine della finanza comportamentale può essere fatta risalire al periodo classico dell’economia, e in particolare alla pubblicazione del libro “Teoria dei sentimenti morali” ad opera del filosofo ed economista scozzese Adam Smith nel 1759. In particolare Smith nel suo libro si soffermò sui principi della psicologia che sarebbero alla base delle decisioni umane. Tuttavia, gli economisti dell’epoca presero le distanze dalla visione proposta da Smith, convinti che in economia il pensiero e il comportamento dell’essere umano fosse dettato solo ed escluisvamente dalla razionalità. Da questa visione razionalista emerse la figura del cosiddetto Homo economicus. L’investitore era qui visto come un essere estremamente freddo e completamente distaccato da emozioni e sentimenti, che per le proprie scelte si affidava solo ed esclusivamente alla razionalità.

Messa in soffitta per interi decenni la finanza comportamentale tornò alla ribalta a partire dal XX secolo quando nelle teorie economiche cominciarono ad affermarsi i modelli dell’utilità attesa e dell’utilità scontata, che puntarono i riflettori sul processo decisionale dell’investitore in rapporto all’incertezza e alle variabili e anomalie con cui questo doveva confrontarsi.

A partire dagli anni settanta del Novecento la psicologia cognitiva cominciò a descrivere il cervello come strumento per l’elaborazione di informazioni e molti psicologi (tra questi Ward Edwards, Amos Tversky e Daniel Kahneman) cominciarono a paragonare i loro modelli cognitivi del processo decisionale del soggetto a rischio o incertezza, con i modelli economici del comportamento razionale.

Uno dei lavori fondamentali legati alla finanza comportamentale è il manuale scritto a quattro mani da Amos Tversky e Daniel Kahneman nel 1979, intitolato “Prospect theory: Decision Making Under Risk”, nel quale i due studiosi utilizzarono tecniche di psicologia cognitiva per spiegare alcune anomalie nel processo decisionale economico razionale.
Nel corso degli anni Tversky e Kahneman sarebbero stati celebrati rispettivamente con un’edizione speciale del Quarterly Journal of Economics (1997) e con l’assegnazione del premio Nobel per l’economia nel 2002 “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza".